Bye-bye Google health

Scritto il 5 gennaio 2012 da Redazione in Dai congressi e dalle riviste, Notizie

Google Health, dopo solo tre anni di vita, è stato chiuso.  La notizia è di quelle che lasciano il segno… A partire dal 1 gennaio 2012 l’operatività del sistema è stata interrotta, impedendo a coloro che hanno attivato una cartella sanitaria personale di consultare, modificare o aggiornare i propri dati. A tali utenti sarà invece concesso, fino al 1 gennaio 2013, di scaricare i propri dati (nei numerosi formati disponibili) affinché possano essere, eventualmente, trasferiti su altri sistemi (1).

Il sistema era stato fortemente voluto da Google (che lo aveva lanciato nel maggio del 2008 dopo 18 mesi di sviluppo) per dotare i cittadini americani (ma non solo visto che l’applicazione era utilizzabile da qualunque utente collegato al web che fosse in possesso di un “account” su Google, anche quello di posta elettronica) di un archivio della propria storia sanitaria (il cosiddetto Personal Health Record, PHR), in modo tale da renderla disponibile in qualsiasi momento (in particolare nelle situazioni di emergenza), in qualsiasi luogo e ai quei medici appositamente autorizzati (2). Il vantaggio, nelle intenzioni, sarebbe dovuto essere quello di “eliminare” la carta e di avere a disposizione un dossier continuamente aggiornato (grazie anche alla possibilità di alimentazione automatica da parte di sistemi di cartelle cliniche ospedaliere in base a specifici accordi tra Google e alcuni ospedali americani) che potesse permettere ai medici che ne avessero fatto uso di prendere le decisioni più corrette e complete3.

La ragione ufficiale della chiusura è stato l’uso di questi servizi considerevolmente minore dell’atteso. Gli utenti che hanno deciso di attivare una cartella sanitaria personale sono infatti da ricercare tra quelli particolarmente “tecnologizzati” o tra gli appartenenti ad alcune nicchie di persone che ruotano intorno al campo del benessere e del fitness. Niente a che vedere con l’uso di massa che contraddistingue altri servizi lanciati dal colosso informatico (per es. Gmail e Google+). D’altra parte la limitata partecipazione degli utenti al progetto è stata la motivazione addotta anche da Revolution Health quando nel 2010 ha preso l’analoga decisione di chiudere il proprio sistema di PHR.

Tuttavia, sono altre, secondo gli analisti più attenti, le vere ragioni che hanno decretato la fine del progetto. Intanto, secondo molti, ha avuto un peso importante l’investimento pari a circa 19 miliardi di dollari (molti dei quali da distribuire come incentivi a medici e ospedali) deciso dall’amministrazione Obama nel 2009 per dotare, nel corso dei successivi 5 anni, tutti i cittadini americani di una cartella clinica elettronica “istituzionale” (e pertanto più affidabile) e facilmente condivisibile che renderebbe superati (almeno negli Stati Uniti) i sistemi di PHR (4) .

Altri puntano il dito sulla difficoltà d’uso, quantomeno rispetto ad altre applicazioni di Google, e alla limitata integrazione di Google Health con altri sistemi “ufficiali” di cartelle cliniche elettroniche che hanno costretto molto spesso gli utenti a inserire manualmente le proprie informazioni nel fascicolo personale.
Problema, quest’ultimo, di cui non hanno invece risentito i sistemi di PHR sopravvissuti, molti dei quali hanno puntato molto sulla collaborazione di numerose strutture sanitarie, ospedali, assicurazioni e associazioni di volontariato. Per esempio, l’approccio di Microsoft (che sta iniziando a organizzarsi per ricevere gli utenti che lasceranno a breve Google Health) è stato quello di rivolgersi ai pazienti che soffrono di malattie croniche, in modo tale da poter contare sulle loro associazioni perché promuovessero l’uso del suo sistema di PHR e quello dei sistemi di auto-monitoraggio e dei servizi ad esso collegati.

Certo è che questo genere di applicazione non ha mai convinto i cittadini americani se è vero che circa il 7% (secondo una recente indagine della California HealthCare Foundation) ha attivato una cartella clinica personale, ma meno della metà degli iscritti la usa. Segno forse che sono altri i veri problemi, a cominciare dalla limitata fiducia dei cittadini a consegnare i propri dati sanitari a terze parti anche quando adeguatamente protetti.

Eugenio Santoro
Laboratorio di Informatica Medica, Dipartimento di Epidemiologia
IRFMN Milano

Bibliografia

1. Lohr S. Google to end health records service after it fails to attract users. The New York Times, 24 giugno 2011
2. Santoro E. Le cartelle cliniche personali in rete. Un nuovo modo di controllare le proprie informazioni sanitarie? Ricerca&Pratica 2008; 142: 157-9.
3. Santoro E. Web 2.0 e medicina. Come social network, podcast, wiki e blog trasformano la comunicazione, l’assistenza e la formazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2009.
4. Blumenthal D. Stimulating the adoption of health information technology. N Engl J Med 2009; 360: 1477-9.

Articolo pubblicato su Ricerca & Pratica, 2011 Vol. 27, N. 6 Novembre-Dicembre.

 

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