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Scritto il 19 gennaio 2009 da Redazione in Glossario

Blocco cardiaco

Che vi suggerisce la parola blocco? Che qualcosa non passa, no? Beh, è così pure per il blocco cardiaco. Qui ad avere difficoltà di passaggio è il segnale elettrico che controlla l’attività del cuore. Il blocco cardiaco è una condizione in cui i segnali passano con difficoltà tra atrii e ventricoli (per questo si parla anche di blocco A-V: A sta per atrii e V, indovinate un po’). Il fatto può causare, per esempio, che gli atrii si contraggono normalmente, i ventricoli più tardi o che si contraggono con minore frequenza degli atri. Ci sono blocchi di tipo diverso che i medici chiamano blocchi di grado I, II e III.
Volete saperne di più? Se sì, andare avanti, se no, andate a farvi un caffè.
Nel blocco di tipo I diventa più lungo il tempo tra la contrazione degli atri e quella dei ventricoli. Nel blocco di tipo II l’intervallo aumenta progressivamente a ogni battito fino a che viene saltato un battito ventricolare. Nel blocco cardiaco completo (III), infine, atrii e ventricoli battono in modo indipendente così che mentre la frequenza di contrazione degli atrii varia secondo l’attività della persona i ventricoli si contraggono al ritmo pressoché costante di circa 40 battiti al minuto.
La causa più comune di blocco è la coronaropatia ischemica, meno frequenti sono malattie del miocardio o intossicazioni da farmaci, per esempio di digitale. Mentre il blocco A-V di I grado non causa alcun sintomo, quello di II grado può darne, mentre in quello di III grado la persona ha un deficit funzionale perché la frequenza non aumenta in risposta a uno sforzo, caso in cui la persona può avere affanno, svenimento o i dolori toracici caratteristici dell’angina. Il blocco cardiaco può essere sospettato dal medico in base al riscontro di un battito cardiaco regolare lento (sotto i 50 battiti al minuto) che non accelera sotto sforzo e confermato da un ECG. A seconda dei casi, il disturbo può essere curato con farmaci o con un pacemaker.

Bradicardia

Rallentamento della frequenza del battito cardiaco (meno di 60 battiti al minuto).
Può essere normale o patologica, a seconda dei casi.
La bradicardia normale (o sinusale perché dovuta a una frequenza normale del nodo seno-atriale) è provocata dalla ridotta attività del nodo senoatriale (regolatore del ritmo cardiaco) e non è associata ad anomalie della trasmissione degli impulsi attraverso il cuore, a differenza di quanto avviene nel blocco cardiaco. È frequente negli sportivi.
La bradicardia patologica può essere dovuta a malattie endocrine (ipotiroidismo), a farmaci (beta-bloccanti), ma in genere è causata dalla cardiopatia ischemica, caso in cui il sangue non arriva con regolarità al tessuto che trasporta il battito cardiaco.
A una bradicardia grave o improvvisa si associano molto spesso sintomi quali perdita di energia, debolezza e tendenza allo svenimento.

By-pass

Lui pensieroso dice alla consorte “Caterina, il medico è stato chiaro: l’unica soluzione è l’operazione di aggiramento”. “Ma sei sicuro Arturo? Ma di che parli? Sei sicuro di non aver bisogno del neurologo?”. Forse è uno dei casi di colonialismo linguistico che fanno infuriare i puristi della lingua, ma in italiano non abbiamo nulla di simile e di usabile.
A meno di non lasciare interdetto chi ci ascolta, naturalmente.
La parola bypass indica in genere qualsiasi intervento per aggirare un ostruzione (nell’intestino o in un’arteria). Il più delle volte, però, è usata per il by-pass aorto-coronarico, un’operazione per migliorare l’afflusso di sangue al cuore ostacolato da una o più placche di aterosclerosi. In cosa consiste? Semplice: all’esterno della coronaria, all’altezza della placca che ostacola la circolazione si cuce un segmento di vena, di arteria o di materiale così da creare un percorso alternativo a quello dov’è l’ostruzione. L’intervento ha tuttora importanza nella cura della cardiopatia ischemica, ma negli ultimi anni il suo impiego è diminuito a favore dell’angioplastica transluminale. In ogni caso, se questa non è possibile o non raggiunge gli scopi sperati, si ricorre ancora al bypass.
Prima d’intervenire, però, è d’obbligo una mappa precisa delle placche attraverso l’angiografia. L’intervento è eseguito in anestesia generale, di solito richiede la presenza di due chirurghi e può durare anche cinque ore. Il cuore viene temporaneamente arrestato e la circolazione è mantenuta attraverso una macchina cuore-polmoni che ossigena e pompa il sangue. Dopo l’intervento, il paziente trascorre 2-4 giorni in un’unita coronarica dove si tengono di continuo sotto controllo il cuore e altre funzioni vitali.
In genere il ricovero dura pochi giorni e la persona può tornare al lavoro dopo qualche settimana. Se i pazienti sono ben selezionati, hanno una concreta possibilità di guarire e di condurre una vita normale.

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