A

Scritto il 19 gennaio 2009 da Redazione in Glossario

Angina pectoris

Molti che l’hanno provata ne parlano come di una sensazione di sofferenza e dolore – angina significa dolore – avvertita dentro al petto, dovuta il più delle volte a uno sforzo. Ma non sappiamo se i più sfortunati siano quanti ne soffrono all’improvviso anche senza far nulla o gli uomini che l’avvertono nel corso del rapporto sessuale. In genere il dolore è quello opprimente dei problemi di cuore, ma nei casi che possono tradire prende le spoglie di un senso di fastidio, di peso opprimente, che può estendersi verso il collo o verso il basso in direzione delle braccia (più spesso, al braccio sinistro che al destro).
La causa è quasi sempre la stessa: le arterie che portano il sangue al cuore sono un po’ chiuse (leggere Aterosclerosi per capire) e se il miocardio sotto sforzo chiede più ossigeno, dalle retrovie non gliene arriva a sufficienza. Ed ecco il dolore.
Che fare? Innanzitutto cercare conferme che il dolore sia dovuto a questo.
A questo servono gli ecg, in particolari se eseguiti sotto sforzo (vedere Prova da sforzo). Ma se l’angina è persistente, grave, aspecifica e di recente comparsa, è meglio vederci più chiaro, per esempio con l’angiografia coronaria che fornisce dati sul restringimento delle coronarie e su un’eventuale lesione del muscolo cardiaco.
Abbiamo qualche speranza?
Sì, perché l’angina può essere alleviata da farmaci che aumentano il flusso di sangue attraverso le coronarie e/o riducono il carico di lavoro del cuore sotto sforzo e, quando non bastano neanche questi, da interventi tipo angioplastica o il by-pass.

Aritmia cardiaca

Il cuore ha un fantastico senso del tempo: non perde un colpo, almeno nelle persone sane. Ma per disgrazia non siamo tutti uguali. E può succedere che ci siano irregolarità del ritmo o della frequenza del battito cardiaco. I medici le chiamano aritmie e le dividono i due gruppi principali, a seconda che cambi la frequenza del battito (più veloce o più lento) o la sua ritmicità, ovvero l’intervallo tra un battito e l’altro. Le aritmie con frequenza alterata sono le tachicardie (i cuori veloci) e le bradicardie (i cuori lenti).
Nelle prime la frequenza è superiore al normale (più di 100 battiti al minuto), nelle bradicardie è minore (meno di 60). In questi casi come normale, il battito cardiaco interessa prima la parte superiore del cuore (gli atrii) e poi i quella inferiore, i ventricoli. La comparsa improvvisa di una tachicardia può dare palpitazione, (la persona diventa consapevole di un battito cardiaco molto rapido) e senso di svenimento come può fare anche una bradicardia marcata.
L’aritmia con alterazione del ritmo più frequente è la fibrillazione, quando gli atri si contraggono in modo rapido e irregolare, un’ aritmia frequente negli anziani e negli ipertiroidei.

Arresto cardiaco

Le stesse possibilità di rianimare una persona in arresto cardiaco crollano in pochi minuti: sono del 43% se la rianimazione d’urgenza è praticata entro 4 minuti e la terapia definitiva entro otto, ma cadono a meno del 7% se la rianimazione inizia dopo 8 minuti per arrivare a zero se non succede niente per 16 minuti. A quel punto l’arresto cardiaco, dovuto il più delle volte a una disorganizzazione improvvisa e totale del battito cardiaco, la fibrillazione ventricolare, non lascia possibilità, solo salme. Ecco perché la chiave di volta della situazione sono la rianimazione cardiopolmonare e l’uso del defibrillatore, un apparecchio che eroga scariche elettriche capaci d’interrompere la fibrillazione.
Ed ecco anche perché tanto interesse per cercare di migliorare la prima e il secondo.
Lo abbiamo accennato: arresto non significa per forza paralisi dei movimenti ma l’interruzione improvvisa dell’azione di pompa del cuore determinata dalla cessazione della sua attività muscolare ritmica. Solo con l’ecg si può essere sicuri della diagnosi, ma qualche dubbio può farlo venire la perdita di coscienza improvvisa e l’assenza di pulsazioni al collo (polso carotideo). La cause più comuni di arresto cardiaco sono la fibrillazione ventricolare, dovuta in genere a un infarto o a malattie di cuore croniche, curabile col defibrillatore, e l’asistolia, ovvero l’assenza completa di attività del muscolo cardiaco, meno sensibile alle cure.

Arteria

Non è vero che un tubo vale l’altro. Prendete arterie e vene, per esempio. Le vene non hanno da sopportare il sangue in pressione, per le arterie è proprio il contrario (forse non lo sapete, ma la pressione arteriosa, quella che vi misurano al braccio è la pressione che il sangue esercita sulla parete dell’arteria del braccio). Le vene riportano il sangue dagli organi al cuore, le arterie lo distribuiscono dal cuore agli organi. Le vene hanno un sangue rosso-bluastro povero di ossigeno, nelle arterie è rosso perché abbonda l’ossigeno. Le vene sono organizzate in una rete dove il sangue va dal piccolo al grande, dalle vene più piccole a quelle più grandi, nelle arterie accade il contrario, dall’arteria più grande alle più piccole. Differenza non da poco: se vi tagliate una vena avete buone possibilità di farcela, se vi tagliate un’arteria e non siete soccorsi avete ottime probabilità di morire dissanguati. Volete saperne altro?
Bene, se non lo avete capito ancora le arterie sono i tubi che trasportano il sangue lontano dal cuore, verso gli organi. L’arteria più grande è l’aorta, dalla quale si staccano arterie minori che formano a loro volta arterie più piccole, sino alle arteriole che si dividono in più capillari. Le arterie sono flessibili e robuste, provviste di pareti capaci di sostenere l’elevata pressione arteriosa conseguente a ogni pulsazione del muscolo cardiaco. La loro elasticità contribuisce a livellare le oscillazioni della pressione sanguigna provocate dalle pulsazioni cardiache. Gli organi e le parti più grandi del corpo hanno una o più arterie. Quelle dirette al cuore sono chiamate coronarie perché il loro tratto iniziale gira attorno al cuore come per formare una corona. Le malattie più frequenti delle arterie sono l’aterosclerosi, le arteriti e la trombosi.

Arteriola

Dire che è l’arteria più piccola, prima dei capillari, non basta. Le arteriole hanno una parete muscolare che si dilata o restringe sotto il controllo di fibre nervose e così funzionano come un sistema di chiuse che impedisce o permette l’arrivo di sangue nelle varie parti del corpo. Questo meccanismo è uno dei controllori principali della pressione della sangue. E scusate se è poco.

Arteriopatia

Misteri delle parole: metereopatico significa “che soffre a causa del tempo”, arteriopatico non vuol dir nulla, arteriopatia significa “malattia delle arterie”. L’arteriopatia più frequente è l’aterosclerosi-trombosi.

Arteriosclerosi

Non è come pensate: quel vecchietto può essere arteriosclerotico e avere la mente lucida, quell’altro può non starci più con la testa e non aver sentito neanche l’odore di aterosclerosi. Insomma, arteriosclerosi non significa rimbambimento. È solo una parola generica per le malattie che fanno perdere elasticità alle arterie, che le rendono più dure.
La forma più frequente di arteriosclerosi è l’aterosclerosi, che colpisce le arterie grandi e medie, meno comune è l’arteriolosclerosi, l’irrigidimento diffuso delle arterie di medie-piccole dimensioni dovuto all’ipertensione non curata. Molto più rara è l’arteriosclerosi di Moenckeberg, caso in cui all’interno del rivestimento delle arterie si formano depositi di calcio.

Aterosclerosi

Attenti alla parola: non l’arteriosclerosi, ma l’aterosclerosi è la più frequente malattie delle arterie, la responsabile delle malattie circolatorie più comuni e in teoria il killer con più vittime nei Paesi industrializzati. In particolare, l’aterosclerosi delle coronarie è la più frequente singola causa di morte ed è responsabile di un terzo di tutti i decessi.
A medio-lungo termine la malattia causa anche arteriosclerosi, ma la caratterizza un fatto particolare: sulla parete delle arterie si formano manicotti o “bitorzoli” che ostacolano il passaggio del sangue, le placche aterosclerotiche. Che roba sono? Semplice accumulo di materiale vario, vivo e morto: grassi, cellule muscolari, tessuto fibroso, colesterolo e chi più ne ha ecc ecc. Nell’insieme formano una massa morbida (ateros- in greco significa poltiglia o pappa; capito il giogo di parole? qui pappa, lì con arterio- arteria). Le placche tendono a formarsi in zone di turbolenza del flusso sanguigno, aumentano con l’età, ostacolano la circolazione del sangue e, soprattutto, possono rompersi, fatto che provoca l’accumulo di materiale, la trombosi. Non sono un’esclusiva degli anziani, tutt’altro.
Le placche iniziano a formarsi durante l’infanzia o l’adolescenza, ma impiegano anni prima di far sentire la loro presenza.
Perché vengono? Chi le manda? Posto che Bacco non ha colpe, Venere neppure, tabacco ne ha per tre. Le attenuanti scarseggiano, le aggravanti abbondano: aumento del colesterolo nel sangue, ereditarietà, fumo di sigaretta, inattività fisica, ipertensione, nel complesso sono stati descritti più di 300 fattori di rischio coronarico, compreso vivere in Scozia, russare ed essere puntuali agli appuntamenti. Una cosa è certa: i guai peggiori arrivano quando l’aterosclerosi fa coppia con la trombosi. I guai si chiamano angina pectoris, o infarto.

Attacco cardiaco

Sì, lo dice la radio e lo dicono i giornali, ma questo non cambia nulla: attacco di cuore non vuol dire nulla di preciso. Forse infarto, forse arresto cardiaco. Una cosa è certa: il cuore ha fatto il monello e la persona potrebbe lasciarci le penne.

Leave a Reply


© 2017 Hypertension.it | Tutto sull'ipertensione e le malattie cardiovascolari. Tutti i diritti riservati. Realizzato da Il Pensiero Scientifico Editore & Think2it